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“Fintech, a rischio la privacy degli utenti”

La Privacy Europea
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Il rapporto di Consob e 15 università italiane sulla tecnologia applicata alla finanza: «Il quadro normativo del trattamento dei dati è da chiarire». L’88% degli intermediari tradizionali reputa in pericolo «una parte delle proprie attività» a causa del fenomeno.
di Stefano Marchi Fonte lastampa.it
Le aziende fintech, le società hi-tech attive nel mondo della finanza talvolta sostituendosi alle banche, sono una conseguenza inesorabile e vantaggiosa dell’evoluzione tecnologica. Ma, almeno attualmente, l’uso in quel contesto della massa di dati acquisiti online (Big Data) «può portare a una grave lesione della sfera privata degli utenti». È una delle conclusioni dello studio «Fintech: digitalizzazione dei processi di intermediazione finanziaria», realizzato congiuntamente dalla Consob e da 15 università italiane.
«Esiste in generale un problema di e-privacy», ha affermato il vice dg della Consob, Giuseppe D’Agostino presentando questo studio. «La tutela della privacy si estende unicamente alle informazioni personali», è stato spiegato, ma i big data utilizzati (anche) dalle fintech comprendono «dati anonimizzati o pseudonimizzati». Perciò, «il quadro normativo del trattamento dei dati è da chiarire».
Secondo lo stesso studio, il fenomeno delle fintech comporta anche un «problema di definizione del concetto di identità digitale», che in tale ambito «è più complesso rispetto a quello tradizionale». In altre parole, risulta necessaria la «tutela dell’identità digitale», la cui disciplina attuale «riguarda solo l’accesso ai servizi pubblici e ai servizi fiduciari nel Mercato Unico dell’Unione Europea». Basato sull’esame di documenti e interviste con esperti di fintech, lo studio rivela, in effetti, che le normative italiana ed europea su quella materia risultano anacronistiche, frammentarie, eterogenee e, in parte, perfino carenti. È attesa la pubblicazione, il mese prossimo, del Piano d’Azione della Commissione Europea sulle fintech, con la speranza che questo includa il più presto possibile una normativa comunitaria, o quantomeno un’armonizzazione delle legislazioni nazionali al riguardo.
In Italia esistono 136 aziende fintech, secondo dati forniti ieri a Roma dal direttore generale dell’Abi (l’Associazione bancaria italiana), Giovanni Sabatini, in un’audizione alla Commissione Finanze della Camera dei Deputati. Sabatini ha aggiunto che quelle aziende «hanno lanciato 145 iniziative», di cui 53 per piattaforme sulla raccolta online. Le fintech generalmente non hanno licenza bancaria, ma sono concorrenti degli istituti di credito di tipo tradizionale. Un rapporto elaborato da PricewaterhouseCoopers e citato ieri a Milano rivela che circa l’88% degli intermediari finanziari tradizionali reputa in pericolo «una parte delle proprie attività», a causa dell’esistenza di aziende fintech.
Ma, a quanto pare, la reazione delle banche tradizionali a questo fenomeno non consiste in un antagonismo, bensì nella ricerca di forme di cooperazione con le stesse fintech. Sabatini ieri a Roma ha sostenuto che «più del 70% delle banche italiane analizzate (in uno specifico censimento) hanno già lavorato per sviluppare relazioni con start-up e fintech». Il direttore generale dell’Abi si è, peraltro, espresso a favore dell’«innovazione» nella finanza, ma ha invocato un’unica legislazione e supervisione su banche tradizionali e fintech, secondo il principio «stessi servizi, stessi rischi, stesse regole, stessa vigilanza». D’altra parte, le fintech sono uno degli aspetti dell’«innovazione inarrestabile dei processi e dei servizi finanziari», e costituiscono un fenomeno «organico alla digital data economy», è stato detto ieri alla presentazione dello studio della Consob e dei 15 atenei. «Le fintech sono parte integrante delle dinamiche di cambiamento dell’economia, verso una digitalizzazione degli scambi e delle relazioni economico-sociali», è stato precisato.
Secondo il medesimo studio, «il potenziale delle fintech è molto elevato», e l’espansione della loro capacità di fornire servizi è «potenzialmente illimitata». Tra i vantaggi che esse offrono, lo studio indica «la piena accessibilità e la rapidità di esecuzione». Un esempio di servizio che può essere prestato da una azienda fintech è la consulenza finanziaria automatizzata. Dallo studio della Consob e delle 15 università risulta, però, che questo tipo di prestazione in Italia sta ancora «muovendo i primi passi», e riguarda, al momento, soltanto «l’ultimo miglio», ossia «la relazione tra consulente e cliente».


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